Intervista a Massimo Rastelli

16-11-2007

di Ferdinando Manzo

Dorian Gray aveva scoperto l’elisir dell’eterna giovinezza: l’autoritratto che custodiva in cantina, invecchiava al suo posto. I vampiri, invece, si concedevano a Dracula, signore della notte, per ottenere il dono del non invecchiamento. La ricerca dell’eterna giovinezza ha sempre affascinato e stuzzicato la mente di scrittori e scienziati.
Fantasia a parte, c’è chi sembra aver scoperto l’elisir dell’eterna giovinezza. È Massimo Rastrelli, capitano del Sorrento, idolo dei tifosi rossoneri. Alla venerabile età di 40anni (li compirà il 27 dicembre) l’eterno Massimo ha ancora la forza e la grinta di un ragazzino.
Massimo, qual è il tuo elisir?
“È una domanda che mi è stata rivolta molte volte negli anni – risponde sorridendo Rastelli – Non ho alcuna ricetta magica, ma per restare in forma fino ad una certa età bisogna avere prima di tutto un importante dono di madre natura: un fisico che dia ancora segni di energia. Per quanto mi riguarda, ho avuto sempre una vita regolare  e sana e oggi, probabilmente, continuo a raccogliere il frutto dei sacrifici fatti in venti anni di carriera sportiva. C’è il fattore mentale che influisce tantissimo: a una certa età devi trovare stimoli quotidiani e obiettivi che ti spingano a dare sempre il massimo, giorno dopo giorno”.
E quali sono gli stimoli che ti hanno spinto ad accettare la sfida Sorrento?
“La scelta di venire qui l’anno scorso è stata dettata dal grande entusiasmo dei presidenti Giglio e Castellano e del direttore sportivo Amodio. Mi hanno invogliato ad accettare questa sfida, non solo per raggiungere il traguardo di un campionato importante come la C1, ma perché volevano un mio contributo per far cresce la società e la maggior parte dei ragazzi che componevano la rosa. Col passare del tempo,  poi, mi sono reso conto di far parte di un gruppo eccezionale. Il fatto di essere capitano mi dà una spinta in più, proprio quella che si aspetta la gente. Qui a Sorrento è come se fossi in una famiglia, condivido obiettivi e stimoli che sono della società. Il club è ambizioso e anche io lo sono. Per qualcuno, quando si arriva a fine carriera, non ci sono stimoli, soprattutto se militi in serie minori rispetto a quelle in cui hai giocato per 20 anni. Per me è diverso, perché proprio la consapevolezza di essere a fine carriera mi spinge a togliermi altre soddisfazioni”.
Quando sei arrivato a Sorrento ti era stato proposto un contratto biennale, ma tu hai rifiutato. Perché?
“Credo che alla mia età sia giusto progettare anno dopo anno. Volevo vedere se fisicamente stavo ancora bene e se mentalmente avevo la voglia di sacrificarmi. E poi, è stato anche un modo per dimostrare che ero venuto a Sorrento con entusiasmo, senza voler lucrare sull’aspetto contrattuale. Spesso, quando arrivano in una squadra giocatori vicini a fine carriera, si sa cosa pensano subito i tifosi. Il mio è stato anche un gesto per dire chiaramente che se gioco è ancora perché ho voglia di farlo”.

Al tuo arrivo hai ricevuto subito l’investitura di capitano.
“Sì. La scelta fu fatta soprattutto da mister Cioffi e condivisa subito da tutti i miei compagni di squadra. Questa responsabilità mi dà una grande energia. Voglio essere un esempio positivo per i più giovani. Ai giorni nostri, con tutto quello che succede nel mondo del calcio e  non solo, c’è bisogno di esempi positivi”.

Rastelli, tu sei sposato da venti anni e padre di tre figli. Come è stato il rapporto con la famiglia negli anni in cui hai girato per mezza Italia?
“Sempre ottimo. Per me l’apporto della mia famiglia è stato fondamentale.  A 40 anni riesco a dare il meglio proprio per il grande equilibrio e la serenità che mi hanno dato mia moglie e le mie figlie. Quando ho iniziato la mia avventura calcistica da professionista ero già sposato ed avevo una bambina piccolissima. E’ stato soprattutto grazie a loro che ho avuto la possibilità di fare una vita normale, senza troppi grilli per la testa. Sapevo che dovevo badare anche e soprattutto a loro. Poi, negli anni sono arrivate altre due femminucce e per il mio modo di essere è stata il massimo. La famiglia è stata sempre al mio fianco in giro per l’Italia, il mio punto fermo. Quando hai serenità in famiglia, te la porti anche nel lavoro”.
Piacenza, Napoli, Avellino e Lucchese sono solo alcune delle squadre in cui hai militato. Qual è l’anno che ricordi con più piacere?
“Di anni belli ne ho trascorsi tanti. È normale che quelli della serie A ti danno delle emozioni e delle sensazioni forti. Fra le stagioni più belle ci siano sicuramente quelle del Piacenza, dove ho giocato contro gente come Ronaldo e Maldini. Sono emozioni e sensazioni fortissime, che restano impresse nella mente per sempre. Per me, ad esempio, è sempre bello ricordare il rapporto con i tifosi. Nella mia carriera sono sempre stato apprezzato ed amato dalla gente e, anche quando sono tornato da ex, c’è stato sempre un affetto particolare nei miei confronti e questo, credo, sia una cosa bellissima”.
A proposito di ex: tu hai realizzato il gol vittoria dell’Avellino contro il Napoli in serie C1...
“Sì, nel 2005. Il fatto curioso è che prima di segnare avevo chiesto di essere sostituito perché avevo i crampi. Prima di effettuare il cambio, però, Moretti calciò una punizione perfetta ed io realizzai un gran bel gol”.
Con gli azzurri hai giocato in B, oggi li segui?
“Certo, e mi piace moltissimo come gioca e come è stata attrezzata la rosa. Il Napoli è completa in tutti i reparti, ed ha ottimi giocatori soprattutto a centrocampo e in attacco. Gioca un calcio veloce e frizzante e, secondo me, non ha raccolto tutti i punti che meritava fino a questo momento”.

Cosa consiglieresti a Calaiò che sembra non essere a suo agio nel ruolo di attaccante di scorta?
“Che è un fatto normale. Tutti vorrebbero giocare, ma ci sono momenti in un campionato in cui lo spazio per un giocatore può essere limitato. L’importante sarebbe semplicemente sentirsi fiero di appartenere ad un  gruppo. E’ l’unica ricetta per allenarsi con serenità. Se pensi, invece, che sei penalizzato ingiustamente, allora, vai in campo senza gioia anche negli allenamenti e tutto diventa più difficile, poi ne risente il rendimento e quando hai l’occasione di metterti in mostra non sei pronto”.

Rastelli idolo dei tifosi rossoneri. Che cosa ti senti di promettere ai tuoi fans?
“Niente. Non ho mai fatto promesse. Non è il mio stile. Certamente darò il massimo e non mancherà l’attaccamento alla maglia. Per il resto dobbiamo vivere alla giornata e ricordarci sempre che siamo una neopromossa che approda alla serie C1 dopo venti anni. Abbiamo ambizioni importanti, ma non bisogna dimenticare che ci sono avversari forti, squadre ben attrezzate ed esperte. Per il momento abbiamo dieci formazioni dietro in classifica e non è poco, quindi dico ai tifosi: venite numerosi allo stadio e continuate a sostenerci”.
Cosa ne pensi di quello che è successo domenica scorsa? Prima la morte di un ultrà, poi la guerriglia urbana.
“Ho sentito tante cose in settimana. Le stesse sentite nel corso di venti anni. Quello che è successo domenica non ha nulla a che fare con il calcio. È stato solo un pretesto per sfogare una rabbia che fa parte della nostra società e che trova sfogo nelle curve. Uno sfogo di persone consapevoli le quali sanno che, andando allo stadio e comportandosi in un certo modo, la fanno sempre franca. Deve cambiare la mentalità. Personalmente, mi piacerebbe vedere i tifosi sostenere solo la propria squadra, cantare per incitare i proprio giocatori, non per offendere i tifosi avversari. Ciò potrebbe anche contribuire a stemperare gli animi”.
Sei favorevole alla sospensione dei campionati di calcio?
“No. Fermare il campionato non serve. È la società che deve cambiare. Lo stato deve trovare soluzioni immediate e decise. Altrimenti, dopo la ripresa, sarà sempre lo stesso. La prova? Con tutto quello che è successo dopo la morte di Raciti, nonostante lo stop dei campionati siamo sempre qui a parlare degli stessi problemi”.